Il coaching in odontoiatriaL’allenatore per il successo personale

Il coaching in odontoiatria

Sia nell’ambito personale, sia in quello professionale esiste una differenza tra ciò che conosciamo e quanto poi applichiamo. In pratica “sappiamo ciò che facciamo, ma non facciamo ciò che sappiamo”. Questa discrepanza viene definita tecnicamente “GAP informazionale”. Capita così di partecipare a validi corsi (quando abbiamo la fortuna di trovarli...) di ricevere preziosi consigli, che potrebbero modificare la nostra qualità di vita, ma di lasciare tutte queste utili informazioni in un quaderno di appunti.

Quello che accade è una costante successione di comportamenti:

1 FASE) Partecipazione ed entusiasmo: si partecipa al corso, ci si entusiasma per le informazioni ricevute e per i cambiamenti che pensiamo di realizzare. Ci immaginiamo già lo studio trasformato, applicando i consigli ottenuti e questo ci motiva.

2 FASE) Elaborazione e ideazione: tornati a casa rivediamo gli appunti e scriviamo una lista di tutte le cose che si vogliono migliorare. Si pensa al modo di dirlo al personale e a come reagiranno i pazienti. Siamo sicuri che il cambiamento avverrà.

3 FASE) Contatto con la realtà: le urgenze quotidiane richiedono tempo e attenzione e così le giornate passano senza che nulla cambi. Nei casi più fortunati, si organizza una riunione dove si informa il personale delle modifiche che si vogliono attuare. Notando un’accettazione “blanda”, ci si chiede come mai non provino lo stesso entusiasmo, che abbiamo sperimentato al corso. Si conclude l’incontro accorgendosi che alcuni cambiamenti richiederanno tempo per essere attuati, mentre altri non potranno essere realizzati.

4 FASE) Ritorno al passato: il tempo è passato e le nostre aspettative non sono state realizzate. Ci si sente demotivati per quanto successo. Volevamo cambiare tutto e abbiamo realizzato poco o nulla. Dentro di noi fa capolino un terribile pensiero: “Sono destinato a rimanere per sempre nella medesima situazione? Riuscirò mai a cambiare?”

Il dentista è il principale responsabile del cambiamento, in quanto ha “l’imperium” di quanto accade nel suo studio. Tuttavia, non riesce a applicare adeguatamente le informazioni ricevute e tende a ricadere nelle solite vecchie abitudini.

Perché, malgrado la buona volontà, non riusciamo a trasformare la realtà lavorativa che ci circonda? In fin dei conti siamo noi i “titolari”, quelli che dovrebbero decidere su tutto. Le risposte a questa domanda possono essere molte: carattere, influenze esterne, poco tempo, motivazione ecc tuttavia alla fine le cause si riconducono a due importanti fattori: Supporto inadeguato e Scadenze inesistenti.

Riusciamo a eseguire delle prestazioni di qualità, che richiedono una notevole complessità e organizzazione, ma non siamo in grado di concretizzare correttamente quei pochi obiettivi che tanto influirebbero sulla nostra vita. Perchè?

Per affrontare l’ambito clinico abbiamo prima studiato la teoria, indispensabile per poter realizzare le prestazioni, ma ciò che ci ha permesso di diventare dei bravi e capaci professionisti è stata senz’altro la pratica assistita, cioè aver avuto una persona accanto che ci ha accompagnati e indicato le linee guida (tutor universitario o mentore privato).

Questo è il metodo più efficace per apprendere. Infatti fin da bambini abbiamo avuto persone che ci hanno seguito per aiutarci nel raggiungimento dei risultati. Quando volevamo imparare ad andare in bicicletta, un genitore, ha corso con noi, ci ha incoraggiato e detto cosa dovevamo fare per non cadere. Grazie a questo supporto abbiamo imparato a correre in bici. Da soli non sarebbe stato ugualmente semplice. L’incoraggiamento e i consigli di una persona vicino hanno permesso alle nostre capacità di manifestarsi, migliorando le nostre performance. Così nella professione, il supporto di un esperto ci aiuta ad esprimere al meglio le nostre potenzialità.


Il Programma di coaching semestrale

Sei mesi per raggiungere gli obiettivi personali insieme al dr.Tiziano Caprara


Il secondo fattore che ci aiuta nel cambiamento è la definizione di una scadenza. Gli importanti obiettivi che ci proponiamo di realizzare, non hanno solitamente una reale urgenza. Sono cose che “sentiamo” urgenti (alcuni colleghi affermano di “non poter più continuare così”), ma non esiste una data certa entro cui devono essere completati. Sappiamo che devono essere realizzati, se vogliamo migliorare la nostra vita. Così fissiamo una data approssimativa, che però normalmente viene spostata nel tempo. Oppure ci proponiamo di realizzare tali ambiti il “prima possibile”, termine che con il tempo si trasforma in un “forse un giorno”.

L’uomo tende a risparmiare energie e quindi questo tipo di comportamento è un fatto naturale, può essere giustificato. Esiste poi anche una famosa regola, la legge di Patrick, che spiega tale fenomeno: “Ogni lavoro va a occupare il tempo per cui è stato predisposto”. Se quindi abbiamo un mese per finire un lavoro (anche se breve), attenderemo il trentesimo giorno per completarlo. Magari durante i primi ventinove giorni continueremo a pensare di “dover fare quella cosa”, ma la eseguiremo solo poco prima della sua scadenza. Così accade anche per i cambiamenti che vogliamo attuare. Se non esiste una data entro cui devono essere realizzati, si corre il rischio di non concretizzarli mai.

E’ stato eseguito un interessante esperimento rispetto all’importanza delle scadenze dal prof.Klaus Wertenbroch e dal prof. Dan Ariely al Massacchusset Institute di Tecnology riportato nel libro “Prevedibilmente irrazionale” (ed. Rizzoli).

Ad un corso semestrale, tre gruppi di studenti furono incaricati di svolgere quattro elaborati scritti. Al primo gruppo fu chiesto di scegliere personalmente le date della consegna degli elaborati. Gli studenti riportarono delle date equamente distribuite durante il semestre. Al secondo gruppo non fu data alcuna scadenza. Tutti gli elaborati potevano essere terminati entro l’ultima lezione, alla fine dei sei mesi. Nella terza classe vennero imposte tre date (quarta, ottava e dodicesima settimana) per la consegna del lavoro.

Dei tre gruppi (quello che aveva scelto le date, quello senza scadenze e quello con scadenze dettate dall’esterno), quale raggiunse i migliori risultati?

Gli studenti con le date fissate dal professore fu quello che lavorò meglio. Quelli senza scadenza furono i peggiori, mentre il gruppo cui era stato permesso di scegliere le date si era classificato a metà tra i due. La conclusione di Dan Ariely fu che imporre delle scadenze agli studenti è “la cura migliore” per raggiungere i risultati. Questo non vale solo per gli studenti, ma per tutti noi. La scadenza ci permette di attivare meglio le nostre risorse.

Se vogliamo realizzare i nostri obiettivi è quindi utile avere un coach o allenatore che ci possa dare il supporto adeguato, fissandoci anche delle scadenze dall’esterno. In questo modo si attivano entrambi i fattori, che facilitano il cambiamento.

Tale figura esiste ormai da molti anni. Il coaching (legato ad aspetti personali e professionali e non puramente sportivi) nasce negli anni ’80 a seguito della volontà di identificare le competenze manageriali nell’ambito della definizione delle strategie e performance aziendali. Quello legato alla realizzazione degli obiettivi personali deriva da Timothy Gallwey un allenatore di tennis che nel suo libro “The inner game” aveva notato come il miglioramento atletico dei tennisti non derivava solo dalle informazioni su come muovere il braccio o la racchetta nel momento di colpire la palla (insegnamento), ma soprattutto da ciò che capitava tra un colpo e l’altro (cioè il dialogo interno derivato dalle domande). Le domande rendevano consapevoli gli sportivi delle proprie strategie efficaci e non.

Il coaching viene oggi utilizzato per ottimizzare le prestazioni personali e per migliorare le capacità nel raggiungere gli obiettivi. Questo risultato viene ottenuto rendendo il professionista consapevole delle proprie strategie vincenti e su ciò che fa per riprodurle.

I risultati che si possono raggiungere sono così efficaci che molti professionisti (medici, notai, commercialisti, avvocati) utilizzano questo strumento per migliorare i loro ambiti lavorativi e personali, in definitiva la loro qualità di vita.

Anche molti dentisti si sono avvicinati a tali programmi. Forse la nostra professione è quella che più di ogni altra può trovare vantaggio da questa figura. Infatti lavorando tutti i giorni “in bocca al paziente” abbiamo poco tempo per dedicarci alla gestione e all’organizzazione dello studio. Fuori dall’orario di lavoro siamo stanchi e difficilmente ci occupiamo di questi ambiti, tuttavia continuiamo a rimuginarci sopra. In questo modo ci si continua ad angosciare, senza mai trovare una soluzione.

Il coaching però deve essere realizzato da persone con una preparazione adeguata. In Italia sono poche le scuole che rilasciano un certificato di ACC /Associate Coaching Certification) anche perché tale licenza viene rilasciata dopo un esame e almeno 150 ore di pratica.

L'effetto migliore poi si ha quando al coach si associa anche il "mentoring". Esistono infatti alcune problematiche (ad esempio elaborazione del tariffario) la cui soluzione soltanto attraverso il coaching richiederebbe molto tempo e tentativi. Il mentoring in questo caso facilita tali aspetti con un notevole risparmio di risorse.

Un programma di questo tipo (coaching+mentoring) è stato utilizzato da molti colleghi che hanno ottenuto la risoluzione di problematiche economiche, miglioramenti della qualità di vita lavorative, aumento dell'organizzazione dello studio con conseguente maggior tempo libero per il professionista.

Questo strumento personalizzato può aiutare il dentista a tradurre in realtà sia gli obiettivi professionali sia quelli personali prendendo consapevolezza delle potenzialità nascoste che spesso non vengono utilizzate.

Dr. Tiziano Caprara

Scritto da Dr. Tiziano Caprara

Coaching e Mentoring in Odontoiatria Laureato all’Università di Bologna. Si interessa da più di 10 anni di gestione dello studio dentistico. leggi tutto Website: http://www.tizianocaprara.com

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